ROMA, 19 feb. – “Dopo aver sentito tante sciocchezze sono felice che sia prevalsa la linea occidentale di una soluzione politica della crisi libica. Chi si dichiarava pronto a una guerra, per la serie ‘armiamoci e partite’, non aveva di certo le idee chiare della situazione. Che senso ha andare a combattere contro un nemico indefinito che, prima di essere militare, è ideologico e culturale?”.

Così Gianpiero Samorì, esponente di Forza Italia e presidente del Mir, Moderati in Rivoluzione. “Non dimentichiamo che la maggior parte della popolazione della Libia, dell’Egitto e in generale di quelle terre, è contraria a questa esasperazione e a questi movimenti, e che tutto ciò impoverisce innanzi tutto loro – spiega Samorì –. L’obiettivo dovrebbe quindi essere quello di unificare queste genti perché siano loro le prime ad opporsi al pericolo dell’Isis. Dovremmo mettere in condizioni la Libia di costruire un gruppo di comando in grado di  ribellarsi a questi criminali”.

“Noi non siamo in grado di farlo – continua Samorì –, anzi, paradossalmente, un nostro attacco rinforzerebbe l’Isis. Una guerra verrebbe vista come un momento di sopraffazione e invasione che scaturirebbe  in una corrente di odio verso il mondo occidentale con l’unica conseguenza di rinfoltire ulteriormente le fila dell’Isis”.

“La storia ci insegna che con la forza non si può ottenere che l’arroccamento degli estremismi, la cultura non si può imporre con le armi. Dovremmo quindi cercare di relazionarci con le parti sane di quelle popolazioni perché siano loro a ribellarsi per prime all’Isis”.

“Possiamo aiutarle militarmente, economicamente, culturalmente – conclude Samorì – ma non possiamo prendere il loro posto perché non avremmo il supporto delle genti del luogo e senza quello rischieremmo di far crescere nuove generazioni estremiste, ostili all’occidente”.

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