alitalia articolo gianpiero samorì il tempo 28 aprile 2017

Come sempre accade in Italia, qualunque sia il problema che si pone, si tende sempre a nasconderlo dietro ad un velo di ipocrisia.

A fronte della crisi di Alitalia, il governo all’unisono ha proclamato: “No alla nazionalizzazione della compagnia”. Nel frattempo ha subito messo a disposizione un cosiddetto prestito ponte di 3-4 milioni di euro al quale, per certo, ne seguiranno molti altri, sempre nominalmente definiti prestiti, ma di fatto elargizioni senza ritorno di denaro pubblico. In questo modo non solo nella sostanza si sarà proceduto alla nazionalizzazione di Alitalia nel senso che le perdite verranno trasferite sul ceto medio produttivo, ma lo si farà nel peggiore dei modi, accettando un modello gestionale superato.

Come occorrerebbe allora comportarsi se al posto di ministri più o meno tecnici avessimo degli statisti? Io penso che occorrerebbe dire trasparentemente che l’intero servizio dei trasporti in Italia non può funzionare senza il supporto dello stato. È così per le varie società di trasporti urbani, per le tratte regionali dei treni e quindi anche per il trasporto aereo, un servizio del quale nessuna nazione può fare a meno.

Quindi non resta che procedere subito alla nazionalizzazione predisponendo contemporaneamente il nuovo modello di business a cui tutti i soggetti interessati devono uniformarsi. Il che significa distinguere i voli interni da quelli internazionali puntando più sui secondi che sui primi, omologare condizioni di lavoro agli standard medi dei competitors partendo dai vertici apicali i cui compensi non sono oltre tollerabili. E nominando nuovi manager che non debbano predisporre progetti di rilancio, ma realizzare compilativamente il programma industriale predisposto dai ministri competenti.

Il Tempo

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